Agedabia* (Ajdabiyah)

Ajdabiyah - Libia
Stato della ricerca
Tipo di campo
campo di concentramento da marzo 1930 a settembre 1933
Fonte: OTT1
Funzione
internamento
Fonte: OTT1
Tipologia di internati
Civili libici
Fonte: OTT1
Corpo di guardia
Carabinieri, Esercito, Ascari eritrei, Zaptié (membri dell'Arma dei Carabinieri reclutati tra le popolazioni indigene)
Fonte: OTT1
Numero complessivo di internati
9.000
Fonte: OTT1
Numero decessi nel campo
1.500 (mortalità 16,7%)
Fonte: OTT1
Causa dei decessi
condizioni igienico-sanitarie, povera alimentazione, torture, esecuzioni
Fonte: OTT1
Cessazione del campo
settembre 1933
Fonte: OTT1
Descrizione

Il campo, posto a trenta chilometri dalla costa e a due chilometri dalla città omonima, è circondato da una barriera di filo spinato alta 2 metri. 

 

Ha pianta quadrata e richiama la struttura di un Castrum romanum: suddiviso in quattro quartieri divisi da due strade larghe 30 metri. Nei quattro quartieri del campo sono collocate come alloggi per gli internati 1.300 tende militari modello “Leonardo da Vinci”. Misurano ciascuna 30 metri quadri e arrivano a una altezza massima di due metri e mezzo, ma sono usate e stracciate.

 

Il campo dispone di vari pozzi, di quattro posti di pronto soccorso e di un «Ricovero per menomati» con 150 posti.

 

Ai quattro angoli del recinto di filo spinato ci sono delle garitte di legno per le guardie.

 

Fuori dal recinto, a disposizione degli internati per la propria sussistenza ma anche per la vendita, ci sono dei terreni coltivabili.

 

Annesso al campo di concentramento viene istituito anche un Campo di rieducazione per giovani indigeni.

 

(cfr. Gustavo Ottolenghi, 1997)


Storia

Il campo di concentramento di Agedabia - costruito nelle immediate vicinanze della città sede delle resistenza senussita (Agedabia) - entra in funzione nel marzo 1930 con lo scopo di internare i nomadi Mogarba che abitano quella zona.

 

Fa parte dei 19 campi di concentramento istallati in maggior parte dopo il luglio 1930 dalle autorità italiane su disposizione del generale Rodolfo Graziani, chiamato a condurre le operazioni di repressione in Cirenaica. L'obiettivo di questo sistema di campi di concentramento è quello di deportare tutta la popolazione nomade e seminomade dal fertile altopiano del Gebel verso la costa nella regione della Sirtica.

 

Nell'arco di tempo in cui il campo di Agedabia rimane in funzione, cioè per 3 anni e 6 mesi, vengono internate comlessivamente oltre 9.000 persone. Il tasso di mortalità, alla chiusura del campo è del 16,7%, dato che gli internati sopravvissuti saranno 7.500.

 

I deportati del campo sono impiegati solo di mattina per cinque ore, dalle 7 alle 12. Devono svolgere lavori di edilizia e costruzione ferroviaria nella vicina città. La paga è di compresa tra le 7 e le 10 lire al giorno, quando la retribuzione giornaliera di un lavoratore in Italia è, all’inizio degli anni trenta, non inferiore alle 30 lire.

 

Di pomeriggio gli internati possono coltivare i terreni messi a disposizione. I prodotti coltivati (cereali e ortaggi) vengono venduti a cura della direzione del campo sul mercato di Agedabia, mentre ai deportati viene corrisposta una percentuale.

 

Nel «ricovero per menomati» un ufficiale medico italiano - che deve farsi cura anche del campo di Marsa el-Brega - è assistito da quattro «infermieri» libici senza alcuna formazione professionale.

 

L’alimentazione giornaliera è costituita da 650 grammi di pane, un piatto di riso o pasta con salsa di pomodoro, due tazze di tè od orzo con zucchero, un limone, una cipolla e due litri di acqua potabile. Due volte la settimana è prevista la distribuzione di 200 grammi di carne a persona. I pasti vengono forniti alle 6 di mattina, alle 12 e alle 20.

Le famiglie che coltivavano i propri prodotti nei terreni adiacenti al campo non ahanno diritto a nessuna distribuzione di cibo.

 

Il parco bestiame del campo, portato con sé dagli internati durante la deportazione, comprende 20.000 tra cammelli, bovini e caprini. Gli animali vengono portati al pascolo - sotto la sorveglianza degli  Zaptié (membri dell'Arma dei Carabinieri reclutati tra le popolazioni indigene) - da donne e bambini internati nella vicina zona di Lestafia.

 

Il personale del campo comprende un comandante (Delegato circondariale), ufficiali e militari di truppa dell’esercito. L'ordine all’interno del campo è affidato ad Ascari eritrei e Zaptié, mentre all'esterno il controllo è affidato a carabinieri.

Il coprifuoco inizia alle ore 22 e termina alle 6 di mattina.

 

Gli internati possono ricevere visite d’amici o famigliari durante le ore di liberta, ma sempre sotto la sorveglianza degli Zaptiè. Possono recarsi fuori del campo con l’obbligo di rientrare entro le ore 17.

 

Le trasgressioni al regolamento del campo possono consistere nel divieto di avere contatti con altre persone, di uscire dal campo, di vedersi razionato il quantitativo di acqua e cibo. Ma ci sono anche torture di vario grado: stare al sole immobile con le braccia tese o alzate gravate da grosse pietre o legati a pali, essere fustigati o imprigionati nelle fosse-prigioni anche per tre a quattro giorni, restare appesi al polso o ai piedi a travi orizzontali, essere interrati nella sabbia con la sola testa fuori, subire il taglio di mani, piedi e lingua, ma anche di essere stuprati e forzati alla prostituzione. Fino alla eliminazione fisica.

Le punizioni avvengono nella piazza centrale del campo davanti a tutti gli internati dopo il rientro dal lavoro.

 

Il complesso dei campi di Agedabia viene chiuso nel settembre del 1993 e gli internati rimessi in libertà. Successivamente il campo rimane inutillizato.

 

(cfr. Gustavo Ottolenghi, 1997)


note

* Durante l'occupazione coloniale, le autorità italiane hanno sostituito molti toponimi delle città con nomi italiani o italianizzati.


 
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