Perugia - Carcere femminile

Perugia (Perugia) - Italia
Tipo di campo
Carcere da febbraio 1943 a dicembre 1943
Fonte: DPE01

 

Storia

Secondo un memoriale anonimo non datato conservato presso il Museo nazionale di storia contemporanea di Lubiana (probabilmente redatto da Cita Lovrenčič – Bole) tra febbraio e dicembre del 1943 circa 300 detenute politiche jugoslave sono incarcerate a Perugia.

 

Un numero di detenute leggermente inferiore (circa 250) si evince dal saggio di Angelo Bitti (2008) dove è riportata la testimonianza della comunista Valeria Wachenhusen, reclusa tra il 1938 e il 1943 nel carcere femminile di Perugia: "Quando è stata occupata la Jugoslavia, hanno arrestato moltissime slovene e croate, erano circa 250 quella volta, le politiche italiane hanno cercato di contattare loro. [...] Le slave [...] per parecchi giorni hanno fatto lo sciopero della fame, perché loro avevano chiesto di poter scrivere, c’era nel regolamento che doveva concedere loro questo, invece non hanno dato né carta né penna. Mi ricordo le nostre gavette con la minestra su un tavolo che non le abbiamo toccate per solidarietà con loro. Loro volevano delle direttive da noi, avevano molta fiducia in noi, sapevano che eravamo comuniste. E poi le slave, sempre per protesta, perché prima di tutto dicevano che non dovevano stare in carcere, che non avevano fatto niente per essere condannate, poi per altre cose, cantavano. E cantavano i loro bellissimi cori, e siccome erano pressappoco 250, allora 50 alla volta cantavano, poi quando erano stanche quelle, cantavano altre 50 e così cantavano continuamente giorno e notte".

 

Sempre Angelo Bitti (2008) cita un documento della Prefettura di Perugia del dicembre 1943 in cui si dispone, su ordine del Comando supremo tedesco - sede di Firenze -, la scarcerazione e il graduale rimpatrio di 254 detenute jugoslave.

 

Ma il saggio di Bitti Donne in guerra: le detenute slave nel carcere di Perugia (2008) si concentra soprattutto sull'analisi di 50 fascicoli personali di detenute jugoslave trasferite nel carcere di Perugia tra settembre e i primi di novembre del 1943, fascicoli conservati presso l'archivio di Stato della stessa città.

 

Si apprende così che la maggior parte delle detenute proviene dal carcere di Capodistria (esattamente 43 da Capodistria, 3 dal carcere giudiziario di Spalato, una, rispettivamente, dalle carceri di Ancona, Venezia e Belluno). 31 prigioniere sono state condannate a pene detentive superiori ai 10 anni. 45 sentenze sono emesse dal Tribunale militare di Lubiana; una ciascuna dalle due sedi distaccate di Zara e Sebenico; le rimanenti 3 dal Tribunale speciale per la Dalmazia con sede a Spalato.

 

La maggioranza delle sentenze viene emessa in violazione delle disposizioni previste dai bandi del Duce del 3 ottobre 1941 e del 3 maggio 1942. I reati sono quelli per associazione e propaganda sovversiva, favoreggiamento o partecipazione a banda armata, detenzione di armi ed esplosivi, cospirazione politica, sabotaggio.

 

Tra le diverse storie personali che emergono dalla lettura dei fascicoli personali fatta da Angelo Bitti, segnaliamo qui solo quella di Ivana Kovšca. Da una lettera spedita dalla madre, si scopre che la prigioniera ha con sé, nel carcere di Perugia, i propri piccoli figli.

 

Qualche altra notizia sulla detenzione nel carcere di Perugia delle donne jugoslave si possono trarre dal memoriale di Cita Lovrenčič – Bole (ad esempio la presenza a Perugia di Pepca Kardelj), e nel saggio di Vlasta Beltram (2008), in cui sono riportate le testimonianze di Roza Gombač – Špela e Alina Ćiković Smolčić che raccontano del trasferimento di un centinaio di donne jugoslave dal carcere di Capodistria - controllato dopo l'11 settembre dai tedeschi - in diverse carceri italiane (tra cui Perugia) dopo l'8 settembre 1943.


note

La nostra ricerca sulle carceri durante il regime fascista è ancora in corso.


 
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