Torino - Carcere Militare

Torino (Torino) - Italia
Tipo di campo
Carcere
Fonte: DPG07

 

Storia

Durante la Seconda guerra mondiale, il carcere militare di Torino è stato un luogo di detenzione per alcuni prigionieri di guerra greci condannati dal Tribunale militare di Torino.


Dai documenti a disposizione, nel marzo del 1942 risultano detenuti a Torino 44 pg greci  (tutti militari di truppa). Numero che sale a 48 alla fine di novembre dello stesso anno e che non varia almeno fino a giugno del 1943.



La storia dei prigionieri di guerra greci detenuti a Torino è ricostruita da Paolo Fonzi nella scheda che segue .



Torino 1942: un processo contro 44 prigionieri di guerra greci per insubordinazione collettiva


Il 15 giugno 1942 si apre presso il Tribunale di Guerra di Torino il dibattimento di un processo contro 43 prigionieri di guerra greci, colpevoli di essersi rifiutati di eseguire i lavori agricoli in cui sono impiegati presso la tenuta “La Mandria”, in località Venaria Reale, nei pressi di Torino. Sono imputati di atti di insubordinazione collettiva, reato disciplinato dall’articolo 203, capo V del Codice Penale Militare di Guerra.


I fatti che hanno portato ad iniziare l’azione penale contro i prigionieri si sono svolti pochi mesi prima, a metà novembre 1941. Detenuti nel Campo per Prigionieri di Guerra nr. 55 di Busseto, nei pressi di Parma, nell’ottobre di quell’anno 50 prigionieri di guerra greci vengono trasferiti a Venaria Reale per svolgere lavori agricoli. Sono tutti disertori dell’esercito greco, catturati sul fronte greco-albanese nei primi mesi del 1941, internati nel campo di Fieri in Albania, poi trasferiti in Italia, al Campo nr. 78 di Fonte d’Amore, nei pressi di Sulmona, infine a Busseto. Qui, stando ai rapporti dei militari del 5º Reggimento Artiglieria “Superga” che gestisce il campo, si sono offerti volontariamente per svolgere lavori agricoli in un distaccamento di lavoro in altra regione. Solo uno di loro conosce la lingua italiana, pertanto le comunicazioni con i militari italiani si svolgono esclusivamente a mezzo di un interprete, il Sergente Maggiore Giorgio de Franceschi, cittadino italiano nato ad Atene.


A Venaria il distaccamento di lavoro viene alloggiato in un campo specificamente creato per loro, un “grande camerone ove sono sistemate 50 brande, 8 tavoli di casermaggio e 100 sgabelli. 1 sgabello presso ogni branda ed 1 per ciascuno dei prigionieri presso i tavoli”. Nel suo rapporto di denuncia dei prigionieri il Colonnello Giovanni Monneret de Villard, comandante il reggimento, afferma che le condizioni del campo di Venaria sono decisamente migliori di quanto prescritto dalle disposizioni relative a prigionieri di guerra. Una circolare dello Stato Maggiore del Regio Esercito del 10 aprile 1941 prescrive che i prigionieri di guerra siano sistemati nel seguente modo:

“- sottoufficiali e truppa: in genere pagliericcio a terra e lettini biposto; se accampati: paglia a terra;

- ufficiali inferiori: due o più per camera, su brande e letti da casermaggio con adeguato numero di armadi, tavoli, sedie ecc.”.

I p. g. del campo della Mandria hanno, invece, “tutti la branda con rete metallica, 1 pagliericcio, 2 lenzuola, 3 coperte (una da casermaggio e 2 da campo) e due sgabelli ciascuno ed hanno i tavoli da casermaggio”. Inoltre la camerata è riscaldata da 5 stufe che i p. g. mettono in funzione fin dai primi giorni usando la legna raccolta nei boschi duranti il lavoro. Stando sempre al comandante, le loro condizioni sono assai migliori di quelle dei soldati italiani che negli alloggi non hanno riscaldamento di sorta.



Inizialmente l’impiego dei p.g. procede bene. Ciò, d’altra parte, non stupisce: nella vita civile 24 di loro sono di professione contadini, uno faceva il giardiniere un altro è schedato come agricoltore. Presto però il loro rendimento cala. Il cavaliere Peroncini, impiegato presso l’Amministrazione Giacomo Medici del Vascello “La Mandria”, sottolinea che inizialmente essi si dimostrano “abbastanza volenterosi e di discreto rendimento, anche se il lavoro da loro svolto non poteva paragonarsi a quello dei nostri operai, per mancanza di praticità e di ambientamento. Dopo pochi giorni però, tale rendimento incominciò a scemare e andò sempre più diminuendo fino a ridursi quasi a zero verso il 15 novembre, data in cui cessarono completamente il lavoro”.



Il 15 novembre, mentre i prigionieri sono al lavoro nei campi, una sentinella spara un colpo per richiamare uno di loro che, per espletare i suoi bisogni corporali, si è allontanato troppo dal gruppo. I compagni a quel punto incrociano le braccia, affermando di essere stati intimoriti dallo sparo e poi, sempre a mezzo interprete, affermano di non volere più lavorare perché le condizioni sono insopportabili. Il sottotenente Umberto Apostoli, comandante il campo, informa dell’accaduto il Colonnello de Villard. Questi il giorno dopo si reca sul luogo e ammonisce i prigionieri, facendo loro tradurre gli articoli del codice che prevedono una pena da 3 a 10 anni e ordinando che se il giorno dopo i prigionieri non riprenderanno il lavoro questi saranno denunciati al Tribunale. Il giorno successivo però, a causa del cattivo tempo, l’ordine viene sospeso. Nel frattempo i prigionieri, su ordine del comandante, vengono sottoposti a visita medica e dichiarati idonei al lavoro.



In quei giorni l’interprete de Franceschi, che svolto questa funzione già al campo di Busseto e ha stabilito un rapporto di fiducia con i prigionieri, cerca di convincerli a tornare al lavoro. Fa leva sui loro affetti familiari, dicendogli che, se condannati, non torneranno a casa alla fine del conflitto. Il loro comportamento “avrebbe danneggiato le loro famiglie privandole chissà per quanti anni del loro aiuto e del sostentamento che era loro dovere dare loro non appena le esigenze della guerra avrebbero permesso il loro ritorno in Patria”. Tranne i due ufficiali e pochi soldati, 44 dei prigionieri rimangono inflessibili nel loro rifiuto di tornare al lavoro e dopo pochi giorni vengono denunciati.



Il dibattimento si apre il 15 giugno 1942, presso il Tribunale di Guerra di Torino. La corte, accogliendo le tesi dell’accusa, condanna 43 prigionieri - Lazaros Jeralidis nel frattempo è stato ricoverato ai Regi Ospedali Psichiatrici Collegno per infermità mentale e il procedimento contro di lui viene sospeso - alla pena di tre anni di reclusione militare ciascuno. Due di loro, resisi colpevoli di un tentativo di fuga, ricevono in aggiunta 15 giorni di reclusione militare. Nei mesi successivi i prigionieri presentano ricorso avverso sentenza presso il Tribunale Supremo Militare che, però, il 29 gennaio 1943 lo rigetta, confermando la sentenza di primo grado. L’ultima testimonianza italiana della sorte dei prigionieri è uno specchio del marzo 1943, nel quale i prigionieri risultano detenuti presso il carcere militare di Torino.



Nel leggere le carte processuali, ci si chiede quale sia stato il motivo dell’ostinazione dei prigionieri. Se, come sostiene il comandante, le loro condizioni di alloggio e il vitto sono decisamente migliori di quelle di molti soldati italiani, perché i prigionieri vanno incontro al rischio del carcere ostinandosi a non eseguire gli ordini? Possiamo solo cercare di ipotizzare delle risposte, soprattutto considerando che la “voce” dei prigionieri è assente, mediata dalle carte italiane e, elemento non secondario, da interpreti. Il Colonnello Monneret de Villard ha una spiegazione abbastanza semplice. In una tirata finale della sua relazione il Colonnello esprime a chiare lettere il suo razzismo nei confronti dei greci. I prigionieri, secondo lui, “preferiscono, da buoni levantini quali sono in maggioranza, di stare a fare nulla, tanto, purtroppo il vitto lo hanno lo stesso. Io, vecchio coloniale, rimpiango solamente che non si possa applicare il regolamento di disciplina delle nostre magnifiche truppe coloniali colle relative fustigazioni, nei confronti dei p. g. greci, specie per i Levantini che non reggono il paragone con i nostri ottimi indigeni libici ed eritrei. Dopo una lezione avrebbero certo ripreso tutti il lavoro di lena”. Nell’utilizzare simili stereotipi, il comandante legge nel comportamento dei prigionieri un classico “repertorio di protesta”, per usare la nota espressione di Charles Tilly. È, infatti, convinto che si tratti di un ammutinamento istigato da un prigioniero, un capo che ha convinto gli altri a disobbedire. Eppure, gli inquirenti italiani e l’interprete cercano invano di individuare chi tra i prigionieri sia l’organizzatore di quell’azione, senza risultati. Nel confrontarsi con le autorità italiane, i prigionieri mantengono una compattezza stupefacente. Prendono le distanze solo gli ufficiali e un soldato, che cerca di mettere la propria posizione in una luce migliore affermando di essere ora pronto, in ogni momento, a riprendere il lavoro. Quando, durante le indagini, un prigioniero cerca di fuggire, i compagni si arrabbiano perché il suo gesto può danneggiare gli altri e uno di loro arriva a schiaffeggiarlo.



Gli interrogatori dei prigionieri, presenti nel fascicolo processuale, non riportano che brevi esternazioni in cui tutti lamentano le stesse cose: il freddo, la paga bassa, il vitto scarso. I greci sottolineano di non essere abituati al rigido inverno piemontese “essendo nella quasi totalità provenienti dalle isole greche e dal Peloponneso ove il clima è mite e perché molti di essi avevano partecipato alla campagna d’Albania ed avevano riportati congelamenti ai piedi per cui col freddo umido sentivano forti dolori ai piedi”. Quando nel campo di Busseto optano per il lavoro, non sanno dove verranno impiegati e alcuni di loro lamenteranno successivamente di aver creduto che sarebbero stati portati in Sardegna, luogo dal clima meno rigido del Piemonte. I militari italiani, però, non credono a questa motivazione. Secondo loro la ragione è che i prigionieri avrebbero accettato il lavoro aspettandosi un salario sufficiente a consentirgli un vitto migliore di quello del campo di Busseto. Questa aspettativa sarebbe stata però delusa, poiché il salario previsto dalle autorità italiane ai prigionieri di guerra (35 centesimi all’ora, con un massimo di 80 centesimi giornaliero) sembra loro troppo basso. Questa spiegazione è, forse, la più verosimile. Lo stesso interprete De Franceschi spiega che il vitto al campo di Busseto era decisamente migliore “perché al campo di Busseto esiste lo spaccio i cui utili … sono impiegati tutti precisamente in generi per il miglioramento ed aumento del rancio dei p.g. Occorre considerare anche che i p. g. sono giunti qui il 28 ottobre u. s. e proprio pochi giorni dopo le patate ed i fagioli, che erano i pilastri del miglioramento rancio, vennero razionati e da allora sono distribuiti solo nella razione viveri e nella misura di grammi 100 di patate per 4 giorni alla settimana e grammi 50 di fagioli per gli altri 3 giorni per ogni convivente al rancio. Il rancio dei p. g., come quello dei nostri soldati, ha molto risentito di questa limitazione”. Alla motivazione che le condizioni del soldato italiano sono uguali o addirittura peggiori di quelle dei prigionieri, il prigioniero Giorgio Kostantinos risponde che il soldato italiano “si sacrifica per uno scopo mentre loro non hanno nessuno scopo e lavorano solamente se mangiamo bene”. Infine, alcuni prigionieri, più colti, si richiamano a diversi articoli della Convenzione di Ginevra del 1929 e al regolamento della C.R.I., che hanno letto nel campo, in cui si specifica che il lavoro dei prigionieri di guerra ha natura volontaria. Insomma, sebbene le condizioni di vita dei prigionieri non siano pessime, la loro azione è determinata da un sentimento collettivo di ingiustizia.



 

Dopo l’8 settembre: la deportazione in Germania     


                       

Cosa accade a questi prigionieri dopo l’armistizio dell’8 settembre e l’occupazione tedesca dell’Italia? Solo di alcuni prigionieri è possibile rintracciare documenti personali presso gli Arolsen Archivies -  International Center on Nazi Persecution, istituto che conserva e mette a disposizione online milioni di documenti sulle vittime delle persecuzioni naziste. In molti casi in documenti sono andati persi. Inoltre risulta difficile reperire i documenti a causa delle diverse traslitterazione dei loro nomi e cognomi fatte prima dagli italiani e poi dai tedeschi, mentre l’originale greco non è mai riportato.



Stando ai documenti disponibili il 22 settembre 1943 la maggior parte dei prigionieri, probabilmente tutti, viene deportata in treno nel campo di concentramento di Dachau. Da qui le loro storie si separano. Alcuni rimarranno a Dachau fino alla liberazione e, probabilmente, torneranno a casa. E’ il caso di Stefano Chrisopoulos, un marinaio cretese, di Ignatiadis Nicola e Osman Takas, un musulmano di Filiates. Sulla carta di Chrispoulos risulta che nel gennaio 1945 viene punito con dieci colpi di bastone (Stockhiebe).



Alcuni di loro vengono trasferiti diverse volte. Circa 11 sono trasferiti nel marzo 1944 al campo di Flossenbürg, vicino al confine di quelli che prima del 1938 erano i Sudeti cechi. Due di loro vanno a Buchewald, tre nel campo di lavoro di Natzweiler-Struthof. Lazaros Jeralidis, che era stato internato nell’ospedale psichiatrico di Collegno, è prima detenuto a Dachau, ma nel settembre 1944 viene inviato nel campo di Mauthausen. Non sappiamo se sia tornato vivo in Grecia. Giorgio Kiulmetis, operaio, nato in Asia Minore (Makri) e probabilmente trasferitosi in Grecia con lo scambio di popolazioni del 1923, arriva con gli altri prigionieri a Dachau nel settembre 1943. Al suo arrivo la sua scheda medica fa capire che è condizioni fisiche discrete: pesa 68 kg, un peso normale per un uomo di 1 metro e 65 cm. Nel marzo 1944 viene però trasferito al campo di concentramento, un campo di lavoro, di Natzweiler-Struthof in Alsazia. Nel settembre 1944, probabilmente in una “marcia della morte” effettuata prima della liberazione del campo, viene trasferito nuovamente a Dachau dove morirà di tubercolosi l’11 gennaio 1945. Andrà incontro alla stessa sorte Costantinos Michailidis, nato a Salonicco, prima trasferito da Dachau a Natzweiler, poi riportato a Dachau e morto pochi giorni prima di Kiulmetis. I documenti ci dicono che 6 dei 44 prigionieri muoiono nei campi di concentramento nazisti. Della sorte di molti altri si perdono le tracce.

 


Fonti: le carte relative al processo contro i 44 greci sono presso l’Archivio di Stato di Torino, Tribunale di Guerra di Torino, anno 1942, faldone 4, fascicolo 187.

 

La documentazione degli Arolsen Archivies -  International Center on Nazi Persecution è rinvenibile al sito: https://arolsen-archives.org/en/search-explore/search-online-archive/

 

Paolo Fonzi (2024)

 


note



 
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